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Opere presenti

Septo marmoreo

Il coro ligneo è racchiuso anteriormente da una cortina marmorea in pietra d’Istria, aggiunta nel 1475 mentre era procuratore della chiesa Giacomo Morosini. Nei riquadri sono rappresentati i busti in rilievo, uscenti da ciuffi di foglie, dei Patriarchi e Profeti dell’Antico Testamento. Iniziando da sinistra e dall’alto vediamo: Abramo, Davide, S. Giovanni Battista; Enoch, Giona, Giacobbe, Eliseo; Daniele, Geremia, Zaccaria; Mosè, Elia, Isaia. L’ultimo a destra con la scritta «Soli Deo honor et gloria», è il Morosini. Sul lato verso il campanile, Samuele e Habacuc; sul lato opposto Isacco e Ezechiele. Sotto gli amboni sono rappresentati i quattro dottori della Chiesa: S. Gregorio Magno e S. Girolamo, a sinistra; mentre a destra S. Ambrogio e S. Agostino. Sopra il coronamento, rialzato al centro da un arco e con ai lati due amboni, si stagliano le statue di otto apostoli e di S. Antonio e S. Francesco attribuite a Vittore Gambello detto il Camelio (1460 ca.-1537). La Vergine e S. Giovanni, dello stesso scultore, affiancano sopra l’arco l’imponente Crocifisso centrale attribuito ad un intagliatore veneziano. I quattro Dottori della Chiesa ed i busti di S. Bernardino e di S. Lodovico d’Angiò, scolpiti nella faccia interna dei due graziosi pilastrini che reggono l’arco, sono pregevole opera di Pietro Lombardo, mentre tutto il resto è opera della sua bottega.

Crocifisso

Il crocifisso, ben visibile da lontano, sovrasta l’entrata dagli stalli del coro. Normalmente la soglia dei septi corali era sovrastata da un Calvario: infatti accanto al Crocifisso ci sono le figure, in pietra d’Istria, della Madonna e di San Giovanni Evangelista dolenti.
Studi recenti attribuiscono l’opera ad un intagliatore veneziano. Con molta probabilità il Crocifisso dei Frari per bellezza e importanza deve aver fatto da modello per molti altri crocifissi simili a Venezia e nel Veneto.
L’autore ha saputo sottolineare la dolcezza del volto tramite la compostezza dei lineamenti e l’estrema sofferenza di Gesù in croce attraverso particolari come la punta della spine conficcate nella carne che penetrano nella pelle come rialzandola.

Orologio

Nella Sala del Capitolo si ammira un orologio incassato in una meravigliosa cornice intagliata da Francesco Pianta il giovane (sec. XVII) in un unico pezzo di ciliegio e raffigurante le allegorie del tempo. Nelle due antelle, foderate di pergamena, è descritto in modo dettagliatissimo il significato di tutti gli intagli che compongono l’opera: dallo scorrere del tempo, alle stagioni, all’arco della vita dell’uomo.

Statua equestre a Paolo Savelli

Il monumento equestre eretto dalla Serenissima a Paolo Savelli, comandante delle truppe veneziane e morto di peste nel 1405 durante l’assedio di Padova. A questo nobile romano vennero tributati solenni funerali dallo stato e la sepoltura nella chiesa dei Frari, anche perché aveva dato un consistente contributo finanziario per la costruzione delle vele del transetto. Il monumento equestre risulta formato da un’urna marmorea sulla quale poggia il condottiero a cavallo. La struttura architettonica è databile intorno alla metà del secolo XIV (forse Rinaldino di Francia per la forte rassomiglianza tra la Madonna di quest’urna con la Madonna Mora del Santo a Padova) mentre la decorazione più classicheggiante del sarcofago, nel cornicione, nelle mensole con lo stemma sorrette da due teste leonine, ma, soprattutto nelle sculture, sono riconducibili alla scuola toscana tra la fine del Trecento e gli inizi del Quattrocento, cioè nel momento di transizione tra gotico e rinascimento. Al di sopra, su di un possente cavallo di legno dorato, si erge la statua lignea del Savelli dal volto vivo ed abbigliato con le lussuose vesti, ritrovate anche nel sarcofago. L’opera fu attribuita al senese Jacopo Della Quercia (1367-1438), ma sembra più legata all’ambito di uno scultore toscano del primo quarto del XV secolo operante in Venezia.

San Giovanni Battista

Per la cappella della scuola fiorentina Donatello aveva realizzato l’unica sua opera veneziana: San Giovani Battista. Al di sopra della statua, tratta da un’antifona che celebra il precursore, una iscrizione latina recita: “Inter natos mulierum non surrexit major Johanne Baptista”. (Tra i nati di donna nessuno fu più grande di Giovanni Battista). La statua misura in altezza metri 1.55: in essa il Donatello, con gusto moderno, ha sacrificato quasi del tutto la forma per l’espressione, esempio significativo della nuova cultura rinascimentale. Macerato dalle penitenze, vestito di una pelle irsuta e di un mantello gettato sulle spalle, mostra, tra le dita affusolate, un cartiglio con la frase “Ecce Agnus Dei”. Il Battezzatore conserva tutta la sua forza ammonitrice nello sguardo vivo e nel braccio alzato. Sullo zoccolo c’è la firma del maestro e la data 1438: “Opus Donati de Florentia anno MCCCCXXXVIII”.

Altare di san Pietro

Sulla navata sinistra si apre la Cappella di san Pietro detta Emiliani per essere stata eretta su commissione del vescovo di Vicenza, Pietro Emiliani, tra gli anni 1432 e 1434. Sull’altare la pala marmorea (m 3,85 x 3,13) con la Vergine e nove santi è ripartita in due ordini e scolpiti da discepoli della bottega dei Dalle Masegne. Nell’ordine superiore sono rappresentati, da sinistra, S. Lucia, S. Caterina d’Alessandria, la Vergine con il Bambino, S. Maria Maddalena, S. Chiara. In quello inferiore: S. Girolamo, S. Giovanni Battista, S. Pietro Apostolo, S. Giacomo Maggiore, S. Francesco d’Assisi.

San Giovanni Battista

L’acquasantiera, donata alla chiesa da Daniele Giustiniani nel 1721 fu trasformata in vasca battesimale ponendovi sopra la statua marmorea di S. Giovanni Battista, una tra le opere più ispirate di Jacopo Tatti detto il Sansovino. Gli studiosi datano l’inizio del capolavoro tra il 1534-1537, e terminato entro il 1540. Nel marmo è inciso: “Iacobus Sansovinus Florentinus faciebat”. Il Mariacher scrive: “Il gusto raffinato per la minuzia e la perfezione tecnica si afferma già con evidente compiacenza, non soltanto nel corpo umano, ma altresì nei motivi vegetali del tronco di albero, nella villosa pelle che riveste il Santo, nei particolari curati con magistrale finezza”.

San Girolamo

Il celebre S. Girolamo di marmo, S. Giovani Battista Battista, S. Pietro, S. Andrea e S. Leonardo, in stucco, e sul frontone superiore le due sibille coricate, che rammentano nella loro posizione le celebri statue di Michelangelo esistenti nella sacrestia di S. Lorenzo a Firenze rappresentano le creazioni più importanti dell’artista negli anni tra il 1560 e il 1575. In esse il Vittoria sembra aver trovato la sua vena più genuina. Il S. Girolamo fu definito “una delle opere più famose del cinquecento” (Fogolari), una scultura michelangiolesca. L’espressione, il realismo anatomico, la forza e la finezza testimoniano la potenza introspettiva dell’artista. Sullo zoccolo che sostiene la statua e sulle Sibille del frontone è inciso: “ALEXANDER VICTORIA FACIEBAT”.

Altare delle Reliquie

È un ricco altare barocco nel cui tabernacolo è riposta una delle reliquie più insigni di Venezia: il Preziosissimo Sangue di Cristo. Entro un vaso di cristallo c’è un po’ di balsamo a cui si erano frammiste alcune gocce del sangue di Cristo raccolte da Maria Maddalena. La reliquia, molto venerata a S. Cristina di Costantinopoli, nel 1479 giunse in possesso di Melchiorre Trevisan, generalissimo di mare, che, al suo ritorno dall’Oriente, la donò alla chiesa dei Frari (19 marzo 1480). L’altare commissionato da P. Antonio Pittoni del convento dei Frari, e, come si legge nell’iscrizione incisa nel marmo nero e posta alla base del monumentale altare, completato nel 1711. I tre bassorilievi sono in marmo di Carrara, opera del veneziano Francesco Penso detto Cabianca (c. 1665-1737). Belle le pose drammatiche e movimentate dei personaggi che affollano le scene della Crocifissione: il Cristo, al centro della scena, è attorniato dai due ladroni, uno dei quali penzola scomposto nella morte. Vibrante la scena del cavallo, che, in primo piano, scarta e disequilibra il soldato romano. La Madonna, svenuta, è sorretta da una delle pie donne, mentre un’altra compiange il Cristo. Nella scena della Deposizione il grappolo di personaggi, allargato alla base, si assottiglia con l’uomo che si inerpica sulla scala per calare con un lenzuolo il corpo esanime del Cristo. Nella Sepoltura, mentre due uomini stanno spostando la lastra di marmo che ricopre il sepolcro, altri due depositano il Cristo su un lenzuolo mentre la Madre piange il Figlio morto. Sei angioletti contornano, al centro ed ai lati, la scena. Sulla sommità del baldacchino dorato un angelo regge il sudario con impresso il volto di Cristo, mentre due angeli, alle due estremità, reggono le lampade votive. Queste statue di legno sono del grande intagliatore bellunese Andrea Brustolon (1662-1732).

Monumento al Doge Francesco Dandolo

La sala del Capitolo era destinata alla riunione dei frati. Dopo i radicali restauri del novecento, unico monumento rimasto è quello del doge Francesco Dandolo (1329-1339). Egli giace in un’urna di stile bizantino, un tempo totalmente dorata, nel cui prospetto si ammira il transito della Vergine circondata dagli apostoli. Al centro dell’opera scultorea è raffigurato il Redentore che porta in cielo l’anima di Maria sotto forma di una bambina in fasce, mentre lateralmente sono raffigurati due angeli e i simboli degli evangelisti s. Marco e s. Giovanni.