Monumento al Doge Nicolò Tron

Sulla parete sinistra del presbiterio, circondato da un affresco che evoca un drappeggio di stoffa rossa, si erge il grandioso monumento sepolcrale al doge Nicolò Tron. Per mole, per struttura architettonica, per quantità di statue, è il maggiore lavoro di scultura rinascimentale in Venezia: opera poderosa di Antonio Rizzo di Verona, che lo scolpì tra il 1476 ed il 1480. Oltre all’alto zoccolo e alla lunetta terminale, è composto da quattro ordini ed è inquadrato ai lati da leggeri pilastri a nicchie, collegate in alto da un elegante arco a tutto sesto. Al centro del primo ordine, si erge il doge rivestito del suo ricco manto dorato con ai lati la fede e la carità di delicata eleganza. Nel secondo ordine è posta l’epigrafe con ai lati due fanciulli che sollevano grappoli d’uva, ed, all’estremità, due bellissimi guerrieri che reggono lo scudo con le insegne della famiglia Tron. Nel terzo ordine fanno da corona all’urna, adorna di medaglie e statue e su cui è deposto il doge, altre due statue in atto di suonare e cantare. Nel quarto, sono scolpite sette donne che rappresentano le virtù. Nella lunetta, al centro, Cristo risorto e ai lati l’Annunciazione ed, infine, sopra l’arco con l’intradosso a lacunari, il Padre Eterno.

Monumento al Doge Francesco Foscari

Nella parete destra del presbiterio s’innalza il monumento al doge Francesco Foscari, uno dei più grandi dogi della Serenissima, che per ben 34 anni resse il dogato tra vicende gloriose e sofferte. Il monumento è opera di transizione della metà del 400 in cui il gotico fiorito è temperato dall’equilibrato ritmo rinascimentale. Quattro eleganti mensoline, ornate a fogliami, sostengono un’urna nel cui prospetto spiccano le tre virtù teologali, Fede, Speranza, e Carità, con ai lati S. Antonio e S. Marco. Sopra l’urna, all’ombra del marmoreo padiglione tenuto aperto da due guerrieri, giace il doge assistito dalle quattro virtù cardinali, Fortezza, Giustizia, Prudenza e Temperanza. Sopra il cappello del baldacchino, svetta il Cristo Risorto che porta in cielo l’anima del doge sotto forma di un tenero bambino. Ai lati, sui due pilastri che racchiudono il monumento, una delicata Annunciazione. Anche questo monumento è circondato da decorazioni a fresco che riproducono le sfarzose tappezzerie del tempo.

Monumento a Benedetto Pesaro

Il monumento a Benedetto Pesaro incornicia la porta della sacrestia. Capitano della flotta veneziana morì a Corfù nel 1503. Nel testamento aveva chiesto di poter essere sepolto ai Frari. Il suo desiderio fu esaudito, e Lorenzo e Giambattista Bregno (sec. XVI), su commissione di Gerolamo Pesaro, gli eressero questo monumento. Quattro bellissime colonne d’ordine composito reggono il monumento rinascimentale. Fra queste osserviamo due medaglioni in bassorilievo con il leone. Le due colonne esterne, nel loro prolungamento, supportano le statue di Nettuno e di Marte, da sempre attribuite a Baccio da Montelupo, ma che John Turner dice estranee al modo di scolpire di questo artista. Sopra le colonne centrali poggiano l’urna e la statua del generalissimo, armato a battaglia con lo stendardo in mano. Sul frontale dell’urna sono riprodotte le fortezze di Leucade e Cefalonia, espugnate dal Pesaro, fra due veleggianti galee. Nel timpano, la Vergine col Bambino, unico motivo religioso”.

Monumento a Jacopo Marcello

Jacopo Marcello era un comandante della flotta veneziana morto il 31 marzo 1488 a Gallipoli, mentre guidava le truppe alla conquista della città. Un’ovale di marmo circonda tutto il monumento e gli conferisce una gradevole forma. In pietra d’Istria con fondo di pavonazzetto, al centro si staglia un’urna elegantissima a fogliami, sorretta, alla romanica, da tre piccoli gobbi deformi, posti su tre mensole lombardesche, e tra le mensole due aquile incorniciate da festoni di fogliame. Sopra l’urna sta il “generalissimo da mar” Jacopo Marcello che tiene nella destra la lancia, mentre appoggia la sinistra all’anca. È ricoperto dalla corazza modellata sul corpo, tra due paggi che recano lo scudo del Marcello, riprodotto anche tra i tre telamoni. Attribuito a Pietro Lombardo, studi recenti lo assegnano a Giovanni Buora (1450-1513). Nell’alto, come sfondo alla parete, affresco di sapore mantegnesco che celebra il Trionfo dell’Eroe (sec. XV); più sopra una fascia col nome di Gesù nel mezzo e stemma dei Marcello ai lati. A sinistra sono dipinti stemmi e trofei. Tutto dà un aspetto fastoso alla parete perché non si piange il defunto, ma si celebra l’eroe. Lungo tutta la parete e sotto i monumenti, scorre un elegante dossale cinquecentesco in 18 scomparti divisi da colonnine doriche con fregio a foglie e triglifi.

Monumento al Doge Giovanni Pesaro

Colossale monumento barocco dedicato a Giovanni Pesaro, che fu doge dal 1658 al 1659, ed eretto nel 1669 su disegno di Baldassarre Longhena (1598-1682). Sopra ornatissimi piedistalli di marmo rosso e nero, scolpiti a teste di leone unite da festoni, si innalzano quattro giganteschi mori, con le braccia, i piedi nudi e le vesti logore, reggenti sulle spalle una trabeazione ornata a mètope e triglífi. Fra loro, come in nicchie, due neri scheletri presentano una lunga iscrizione incisa a lettere d’oro su marmo bianco. Sopra la trabeazione, quattro colonne di marmo nero sostengono un ricco baldacchino di marmi rossi imitanti un drappo a fasce di broccato. Sul trono sorretto da mostri, tra la Religione e il Valore, la Concordia e la Giustizia, è seduto il doge: bello e pieno di vita in atto d’arringare la folla. Ai suoi piedi, sopra l’architrave da sinistra, un genio tende l’arco, due donne presentano corone e un’altra legge su un libro. Nel secondo ordine di trabeazione, sei graziosi putti sorreggono l’architrave; al centro di essa due bimbi mostrano lo stemma dei Pesaro. Caratteristiche le iscrizioni: «Vixit Annos LXX (visse 70 anni) – Devixit Anno MDCLIX (morì nell’anno 1659) – Hic revixit Anno MDCLXIX (qui rivisse nell’anno 1669)».

Monumento a Tiziano

Tiziano morì a Venezia il 27 agosto 1576. Aveva chiesto di essere sepolto ai Frari ai piedi di quell’altare del Crocifisso per il quale stava preparando la sua ultima opera, la Pietà, rimasta incompiuta e terminata poi da Palma il Giovane. Agli sgoccioli del settecento, molti artisti pensarono di innalzare un monumento al sommo pittore ed il progetto, nel 1790, fu commissionato al Canova. Progetto irrealizzato sia per la caduta della Repubblica Veneta, che per mancanza di fondi. Nel 1838, in visita a Venezia, l’imperatore d’Austria Ferdinando I° fu ammaliato dall’idea di far erigere un monumento al sommo pittore che aveva lavorato alla corte dei suoi avi. Il monumento è in marmo di Carrara. Il centro è dominato dalla statua che rappresenta Tiziano coronato d’alloro; vicino a lui la natura universale ed il genio del sapere con le statue della Pittura, Scultura, Grafica ed Architettura. Cinque bassorilievi ricordano le opere religiose più significative del pittore. Al centro, il suo capolavoro: l’Assunta; a sinistra il Martirio di S. Pietro da Verona, splendida opera per la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, bruciata da un incendio; ed, a destra, il Martirio di S. Lorenzo, ora ai Gesuiti. Sopra la trabeazione sono scolpite: a destra la Visitazione; mentre, a sinistra, la Deposizione dalla croce. Sulla sommità del monumento svetta il leone di S. Marco che regge lo scudo su cui è impresso lo stemma degli Asburgo: A ricordo dell’imperatore austriaco, racchiusa da una ghirlanda sorretta da due angeli, c’è la scritta: “TITIANO – FERDINANDUS I – MDCCCLII”.